Capitolo VI

Il giorno del Grande Sterminio

15.

Giacomo aveva l’apparenza di un uomo mite, ma molto saggio e determinato: caratteristiche difficili da riscontrare nei tempi che avevano preceduto il Grande Sterminio. Poco più giù, sotto alle pareti laterali ricurve, che un tempo formavano la volta, vi erano alcune capanne, protette dal caldo estivo. Una piccola comunità li stava aspettando, pronta a pasteggiare. Filomena seguita dalla bambina sorpassò Giacomo e con voce ferma nominò tutti i presenti: Axel, Bernt, Lars, Ellen, Inger, Michel, Monique, Aldo, Silvio, Elena, Rosalba, Carla, Natalino, Maria, Franca e Onda. Ognuno di loro senza scomporsi troppo fece un cenno con la mano per farsi riconoscere, ma nessuno si alzò dalla propria pietra. Infine Filomena presentò l’ospite: “Sthelana, colei che ci condurrà sulla strada della liberazione dal Mondo Fake!”.  E mentre nella sua mente iniziavano ad affastellarsi le ipotesi sul perché nessuno avesse manifestato sentimenti di gioia o di semplice approvazione, proseguì dicendo: ” Sthelana, come già sapete è un Umano Fake e possiede il Programma che consentirà ad ognuno di noi di attivare o disattivare rapidamente ed in qualsiasi momento   il Profilo Fake, che potrà così restare sempre sotto il controllo della nostra Mente Umana!” Aggiungendo dopo una breve pausa, con tono molto enfatico: “Sapete già che ciò ci permetterebbe di sopravvivere ai Controlli!”. Tutti annuirono senza molta convinzione. La qual cosa sconcertò non poco Sthelana. In quel momento Giacomo invitò lei e gli altri, che erano rimasti in piedi, ad accomodarsi sui sassi liberi.  Filomena chiese a Stehelana di porgergli lo zaino.  Lei glielo porse con fare regale, e Filomena assumendo un atteggiamento ed un tono quasi sacrali, distribuì a tutti il cibo contenuto nello zaino, ben attenta che le porzioni fossero eque e proporzionate alle esigenze di ognuno. Il formaggio pecorino era in quantità sufficiente da poter nutrire tutti per almeno tre giorni, sempre che fosse stato ben razionato. Il pane carasau non era tanto, ed era in buona parte sbriciolato, tale che ognuno dovette prenderne piccole quantità un po’ alla volta, mettendole nell’incavo di una mano. Le borracce d’acqua le aveva invece portate Filomena, la quale le tolse dal suo zaino-borsa. Bevettero tutti da un unico bicchiere e solo a fine pasto. L’acqua poteva bastare per un giorno, o poco più. Ma ciò non sarebbe stato un grosso problema, perché alcuni di loro sapevano bene dove trovarla a un’ora di cammino. Pasteggiarono con un’avidità mal contenuta.  Solo Sthelana, seduta su una pietra ampia e in posizione di rilievo, aveva un atteggiamento distaccato verso il cibo, quasi non ne avesse sentito l’esigenza. Tutti l’osservavano con curiosità e timore. Lei aveva dovuto segretamente convertire il Profilo Umano in Profilo Fake, proprio per riuscire a rispettare meglio la dieta alimentare, senza farsi stimolare dalla bontà e dal gusto del cibo, che l’avrebbero portata a richiedere una porzione supplementare. Ma il suo segreto fu scoperto quando, subito dopo, colpita da un fascio di luce solare, i suoi occhi emisero i raggi conici! Quella visione improvvisa fu percepita da tutti gli Originali presenti come una vera e propria minaccia, per quanto fossero al corrente del fatto che -invece- quella per loro rappresentava un’opportunità di liberazione, dato che presto alcuni di loro avrebbero assimilato lo stesso Programma di Conversione, che li avrebbe messi nelle condizioni di emettere gli stessi Raggi con i propri occhi. Purtroppo, quei raggi avevano per loro -anche ed ancora- un’altra valenza di significato, infatti essi ricordavano la trasformazione degli Originali in Fake Non Convertibili: ciò incuteva in loro ancora un certo sentimento di non trascurabile terrore, molto difficile da neutralizzare! Osservando le facce degli Originali, Sthelana si rese conto di essere stata poco opportuna: “Scusate, so bene quanto sia angosciante vedere i Raggi Conici emessi dagli occhi di un essere umano Originale, anch’io ho faticato molto ad accettare l’idea di assimilare il Profilo Fake: l’ho fatto pensando a quanto sarebbe stato vantaggioso per la sopravvivenza di noi tutti! Veramente quando mi venne proposto non mi fu dato molto tempo per riflettere e decidere, diversamente forse non avrei nemmeno acconsentito… Ma sapete che in me ed in tutti i Fake Convertibili il vero Programma, il Programma di Controllo, è la Mente Umana!”. E notando che la sua spiegazione non aveva portato nessuna variazione emotiva nel gruppo, proseguì con evidente espressione civettuola:” Dai, in fondo ho soltanto ceduto alla tentazione di farmi controllare dal Profilo Fake per mantenere la dieta! Noi donne ci teniamo!”.  Questa volta le sue parole avevano fatto colpo!  Si sentì come un sommesso sospiro generalizzato. Onda, una bambina molto carina dal caschetto biondo e gli occhi color nocciola intenso, volle affrancarsi per prima da quel sentimento di paura e di sfiducia che fino a pochi istanti fa avevano tutti, e ruppe “il ghiaccio” con un motto spontaneo di spirito: “Tutte le donne fanno la dieta… per essere più belle!”. Quella donna altissima era già diventata un modello per lei, avendone colto il punto di fragilità che la rendeva più donna e forse più umana di tante altre: infatti Sthelana si era preoccupata per la propria immagine di donna, pur essendo bellissima, e con dignità aveva cercato di difendere quella sua “debolezza”. Per Onda quella donna era autentica, simpatica ed affidabile. Come accade ai bambini che decidono in modo più istintuale degli adulti, così anche Onda aveva preso la sua decisione, e per prima andò verso Sthelana ad offrirle un pezzetto della sua porzione di formaggio. Anche Anna, per imitazione, andò ad offrirle parte del suo cibo. Davanti a lei aprì il suo pugnetto pieno di briciole di pane carasau, e con due occhioni apertissimi le disse: “Vuoi? Έ buono! Lo sai che scrocchia?!”. 

In quel momento Giacomo, che era seduto accanto a Sthelana ed alla sua compagna, fece una piccola carezza alla figliola e prese a parlare: ” Siamo Originali molto fortunati! Il giorno del Grande Sterminio ci trovavamo, insieme ad altri turisti nella Grotta del Bue Marino. Lì dentro l’Onda Radio Magnetica non aveva potuto raggiungerci. Non sapevamo cosa fosse successo nel frattempo. Quando verso mezzogiorno saremmo dovuti rientrare, ci imbarcammo sul battello che ci avrebbe traghettati al porto di Calagonone…” . Trasse un grande respiro. La sua voce si era fatta roca. Altri tossivano ed emettevano strani mugolii, come di grida trattenute. Filomena volle sottolineare ciò che il compagno aveva appena detto: “Noi non lo avremmo mai potuto immaginare!”, seguita dall’eco di Silvio, che con voce perentoria aggiunse: “Nessuno lo avrebbe mai potuto immaginare!”. Mentre dallo scorcio sopra la roccia pensile si poteva ammirare il susseguirsi delle nuvole bianche spumeggianti, spinte dal vento, Giacomo riprese il suo lugubre racconto:” Il mare si era molto increspato, le onde iniziavano a sollevarsi ed a creare qualche disagio, ma soprattutto il cielo s’incupi, al sopraggiungere di un annuvolamento banchiforme e grigio, a tratti molto scuro. Al porto l’attracco fu rapido, l’equipaggio, formato da due uomini maturi ed un giovanotto, non era riuscito a comunicare con nessuno, sembravano visibilmente preoccupati; qualcuno aveva cercato amici e parenti telefonicamente, ma nessuno aveva ricevuto risposte. Avevamo iniziato a domandarci perché, quando si vide steso sul molo il primo cadavere: un giovane che avrà avuto 18 o 19 anni, magro ma dal viso fiero. In realtà nessuno aveva creduto che fosse morto. Alcuni, dopo aver salutato l’equipaggio, si erano avviati verso la propria auto, o verso il proprio albergo. Noi, poiché il nostro albergo-ristorante non era distante, eravamo venuti al porto a piedi e così ci dirigemmo subito verso di esso, avendo prenotato il tavolo per l’ora di pranzo, dato che ormai l’appetito andava crescendo di minuto in minuto…Tuttavia, fummo costretti a ritornare al molo; infatti avevamo percorso poche decine di metri che sentimmo Pietro, il più anziano dell’equipaggio che ci aveva traghettati, gridare: “Signore, signoreee!!!”. Si avvicinò al giovanotto steso sul molo, si inchinò su di lui e lo toccò, verificando che non respirava più. Allora si alzò e gridò: “chiamiamo le Forze dell’Ordine! Chiamiamo il Pronto Soccorso!”, e lui stesso prese il suo cellulare per farlo.  Intanto Efisio, il secondo membro dell’equipaggio, aveva notato che un’imbarcazione andava alla deriva ed aveva intravvisto dei corpi riversi su di essa, come fossero anch’essi privi di vita. Io stesso mi accorsi, proprio in quello stesso momento, che anche sui massi del molo, a poche decine di metri, c’erano i corpi immobili di un adulto e due bambini in posture che non sembravano lasciare dubbi. Chi aveva iniziato ad allontanarsi ne aveva scorto altri. Si diffuse il panico più totale! Tutti, con una reazione improvvisa e spontanea, ci riavvicinammo al traghetto. Al cellulare non rispondeva nessuno, tutti telefonavamo sempre più convulsamente ed inutilmente.  Solo Axel, uno dei due giovani svedesi, sembrava essere riuscito a mettersi in contatto con qualcuno. Infatti, in inglese, aveva spiegato ad Aldo, il medico di Sassari che era con noi, che doveva essere successo qualcosa di mostruosamente tragico, e che anche in Svezia sembrava essersi verificato un vero sterminio, dato che un suo amico gli aveva appena comunicato che a Stoccolma c’erano morti ovunque… Io allora ebbi un orribile pensiero e chiesi al gruppo che mi avessero aspettato li, aggiungendo che avrei fatto una corsa verso il centro abitato a verificare quale situazione ci fosse, e poi sarei tornato immediatamente a riferirglielo. Dissi pure che, qualora non avessi incontrato qualcuno capace di spiegarci le cause dell’accaduto, saremmo dovuti ritornare immediatamente tutti alle Grotte per precauzione…  Marco, il più giovane dell’equipaggio, volle venire con me. Non eravamo riusciti ad incontrare nemmeno una persona che non fosse stesa a terra o addirittura morta su sedie e divani. Nell’ albergo il silenzio era reso ancora più inquietante dall’unico ronzio di apparecchiature elettriche in funzione…  Marco trovò a casa sua i suoi familiari privi di vita… Alcune automobili erano fuori strada, o addosso ai muri delle case, con i loro autisti riversi all’ interno. Ritornati al molo con un’immensa disperazione nel cuore, raccontammo ciò che avevamo visto. Nessuno aveva più il coraggio di restare lì, tranne Pietro, che sarebbe voluto andare a vedere di persona cosa fosse successo nel paese. Per questo lo dovemmo supplicare di riaccompagnarci alle Grotte, dicendogli che lì avremmo pensato il da farsi, e che lui -eventualmente- sarebbe potuto ritornare anche subito. Marco intanto aveva messo in moto il fuoribordo di un grande gommone, disse che ci avrebbe seguiti, e dopo avervi fatto salire alcuni di noi, ripartimmo tutti verso le Grotte. Era l’11 luglio del 2025, ed erano le ore 13.” Giacomo pronunciò queste ultime parole con molta lentezza e voce tremula, e l’impressione per tutti fu quella di un abbraccio dolcissimo.